Diario di una boxer

Guantoni, paradenti e adrenalina, Ilaria sale sul ring e sfida se stessa e la vita

da | 12 Giu, 2018 | Wellness

Ho scelto il pugilato per imparare a salire sul ring, anche quello della vita.

Ad un anno e mezzo dalla prima volta che ho infilato i guantoni sono tante le cose che mi sono sentita dire sulla scelta di questo sport:

“Ma come prepuglistica! Sono tutti uomini!”

“E se ti rompono il naso?”

“Chissà da che gente sarà frequentata la palestra!”

Ma la più bella di tutte è stata la risposta di un medico che, chiedendomi che sport praticassi e sentendo la mia risposta (non so, forse si aspettava Zumbafit), mi ha detto: “Ah. Vabbè dai, un po’ di autodifesa che per una donna, di questi tempi, non fa male…”

Il più sessista tra i commenti sessisti che io abbia sentito su quest’argomento.

Sorvolando il fatto che se gli uomini tenessero tutto al loro posto, cervello compreso, le donne -di questi tempi- non avrebbero bisogno di autodifesa, io davvero non capisco perché si debba screditare il lato femminile di questo sport.

E’ fatto di cazzotti e sudore, è vero, ma c’è anche l’adrenalina, la forza, l’acquisizione di una maggiore sicurezza in se stessi, i riflessi che migliorano, la disciplina. Il pugilato, è una disciplina. Ci si prende a cazzotti ma alla fine ci si abbraccia, sudati e sorridenti.  Si fatica tantissimo, ma a fine allenamento ci si sente cariche e ri-caricate. Non si sceglie il pugilato per rimanere in forma, almeno non sempre. Chi sceglie di avvicinarsi ad uno sport di contatto è perché vuole misurarsi con se stesso ancora prima di farlo con qualcun altro. Si sceglie questo sport perché guantoni e paradenti, una volta infilati, ti permettono di non pensare a nulla che non sia il tuo avversario, che sia questo un sacco o un’altra persona, perché la disciplina è prima di tutto concentrazione.

Quando ho scelto di provare questo sport venivo da cinque anni di pesistica e avevo bisogno di uno stimolo nuovo. Molti tra i miei amici lo praticavano da tempo, la curiosità era tanta ma il coraggio un po’ meno dato che non sono una persona che si adatta bene ai cambiamenti. In un periodo avverso della mia vita e quando sentivo davvero il bisogno di cambiare, ho deciso di provare: sono entrata in una palestra a me prima sconosciuta, l’Accademia Pugilistica Renato Costantini, nota per aver dato vita e forza a diverse personalità nel mondo del pugilato agonistico.  

In un periodo per me difficile, molto, ho deciso di infilare i guantoni e capire se davvero fossi capace di menare in faccia alla vita. Alla fine della lezione di prova ancora ricordo la stanchezza e il sudore. Ma sorridevo: era appena nato un amore.

Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, per più di un anno, ho visto le mie prestazioni migliorare, la sicurezza e l’autostima crescere e, mentre fuori dalla palestra tutto andava a rotoli, davanti al sacco nulla aveva più importanza. Ho conosciuto tantissime persone, la maggior parte uomini è vero, ma anche donne, ognuna diversa, ognuna con motivazioni e stimoli diversi. Una di loro l’ho scelta come esempio, altre hanno fatto lo stesso con me. Ma quello che davvero ha reso tutto più bello è stato il supporto reciproco, una specie di “uno per tutti, tutti per uno”. Ho capito che si allena se stessi, ma alla fine è come trovarsi in una squadra. La stessa squadra che, dopo un anno e mezzo, mi ha supportato con urla e applausi da sotto il ring.

Sì…Perché io, Ilaria, vissuta nella mia zona di comfort per 28 anni, perfezionista fino alla morte, dopo un anno e mezzo di allenamenti, ho deciso di combattere. Un vero e proprio match con caschetto e paradenti, un angolo rosso e un angolo blu e un’avversaria di un’altra palestra. Il mio primo match di ligth boxe. “Stai tranquilla, sei brava, ce la puoi fare”, mi hanno detto. Ma io, Ilaria, tranquilla non ci so stare.

E’ durata un mese la preparazione, un mese in cui mi sono allenata tutti i giorni, anche fuori dalla palestra. Un mese in cui ho corretto l’alimentazione e le abitudini sbagliate. Un mese in cui ho dovuto conciliare gli allenamenti con altri impegni, ma alla fine non riuscivo a pensare che a quel giorno. Il mio primo match. La mia prima vera sfida. Mi stavo mettendo alla prova e me ne sono accorta solo col passare dei giorni. Mentre la stanchezza fisica aumentava, quella mentale si faceva davvero pesante. Ho iniziato a sentire il peso delle aspettative e la cosa mi terrorizzava. Ma nonostante la paura e la fatica non ho mollato.  

Solo a due giorni dall’incontro, quando a fine allenamento sono scoppiata in un pianto isterico, ho capito che le aspettative erano le mie e di nessun altro. Stavo salendo sul ring e mi stavo mettendo alla prova.  Avevo di fronte la possibilità di perdere pari a quella di vincere e tutto dipendeva da me. 

Il 19 maggio alla fine è arrivato, mi sono trovata fuori la palestra con tanta altra gente che come me aspettava di sapere quando e con chi avrebbe combattuto. Ma soprattutto mi sono trovata circondata da persone che erano lì per me, per fare il tifo e celebrare la giornata a prescindere dal risultato.  Le parole del maestro prima di salire sul ring sono state chiare: “Metti più colpi che puoi, conta la tecnica non la forza. Colpi decisi e puliti. Ma soprattutto, Ila, divertiti.” 

Così sono salita, le gambe erano pesanti e i riflessi lenti, maledetta emozione. Ho perso. 

Ma a mente fredda posso dire che non conta, anzi, a mente fredda posso dire che è servito. Si dice che nella boxe non si perde mai, o si vince o si impara. Io, grazie soprattutto al maestro che mi ha seguita e alle persone che mi hanno incoraggiata, ho imparato che ce la posso fare. I colpi si incassano e fanno male (accidenti se fanno male!), ma si rimettono anche. Ho imparato che se affronti l’avversario con sicurezza e un po’ di spavalderia, puoi vincere la sfida. Ho imparato che superare i propri limiti fa tanto male quanto meravigliosamente bene. Ho imparato che affrontando me stessa, mettendomi alla prova e metabolizzando una sconfitta, adesso posso affrontare la vita in modo diverso. Spalle larghe e mento alto.
In un periodo in cui avrei voluto mollare tutto e sparire, i guantoni, il sacco e quella squadra sono state le uniche cose che non ho mollato. Sarà l’adrenalina, saranno le endorfine, sarà che dare cazzotti in fondo mi piace, sarà che questa squadra qualche sorriso alla fine me lo ha sempre strappato. Sarà…
C’è un’altra frase che mi è stata detta, stavolta dopo il match. Una ragazza che si allena con me mi ha chiesto come mai sorridessi mentre dicevo di aver perso. Le ho detto che mi diverte vedere l’espressione delle persone che cambia quando lo dico e, prima di entrare in allenamento, ha aggiunto: “Comunque tu sei brava, si vede che lo fai perché ti piace”.
Adesso sì, ci siamo.

Ilaria Grippi

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